L’oro bianco di Carrara

8 agosto 2019
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i segreti del marmo più famoso al mondo

Marmor Lunensis, o almeno così lo chiamavano i romani. Siamo in toscana, nel cuore delle Alpi Apuane, che a colpo d’occhio ingannano il forestiero sembrando coperte di neve. In realtà si tratta di polvere di marmo, prodotto derivante dagli oltre 2000 anni di estrazione.
I romani lo utilizzarono per costruire gli edifici pubblici più importanti come il Pantheon o il Portico di Ottavia oppure per abbellire le dimore patrizie. Nel Medioevo maestranze di pisani, fiorentini e senesi si insediarono nelle cave apuane per esportare i marmi ed utilizzarli nelle grandi imprese delle loro città. Ne abbiamo esempi nel Battistero o nel Campanile giottesco di Firenze, nella Cattedrale e nel Battistero di Pisa o nel Duomo di Siena. Nel Rinascimento i grandi artisti, tra cui Michelangelo, Donatello e Bernini, scelsero proprio qui i blocchi per realizzare le loro opere più celebri.

Il marmo di Carrara è particolarmente adatto alla creazione di opere d’arte; grazie alla sua grana compatta e fine conferisce a statue e monumenti una luminescenza simile a quella di una perla; rende nitidi una serie di dettagli come ben poche altre pietre al mondo riescono a fare. Fresca al tatto e candida come il latte, questa varietà di marmo è  il giusto elemento per valorizzare opere, monumenti ed oggetti.

I bacini marmiferi in realtà sono tre: Colonnata, Fantiscritti e Torano. Da queste tre vallate e dalle loro cave viene estratto il marmo, la cui estrazione, trasporto e lavorazione rappresenta una delle più affascinanti attività umane.

L’escavazione del marmo nelle Apuane ha subito nel secolo scorso profonde trasformazioni. Anticamente questa avveniva con metodi ed utensili molto semplici, quali picconi e piccozze. Tali tecniche estrattive e quelle di lavorazione, sono rimaste pressoché inalterate anche dopo la scoperta della polvere da sparo.

La vera e grande rivoluzione nella tecnica estrattiva avvenne alla fine dell’Ottocento con le invenzioni del filo elicoidale. Si evitava la frantumazione dei blocchi, si riduceva la quantità dei detriti, si facilitava la riquadratura dei massi e si manteneva la cava in efficienza. Infine, l’ultima innovazione introdotta intorno al 1970 ed ancora in uso è stato il filo diamantato, che determina una maggiore precisione e velocità di taglio.

Anche il trasporto dei blocchi ha una sua affascinante storia. Per secoli è rimasto invariato, dagli antichi romani fino ad oggi, i blocchi di marmo sono stati trasportati attraverso il metodo della lizzatura. Il termine deriva direttamente dalla slitta su cui i blocchi, venivano fatti scivolare  dal piazzale di carico in cava sino al piazzale di scarico a valle. Tali strade si chiamavano vie di lizza. Soltanto nell’ultimo secolo è stata costruita una rete viaria che oggi permette il trasporto su camion.

Noi andremo a scoprire i segreti del marmo di Carrara il 28 e 29 settembre, entrando proprio all’interno di una cava!